Risposta alla critica anti-intersezionale e chiarimenti sull’intersezionalità

Questo articolo, datato 16 febbraio 2020, è stato scritto su spontanea iniziativa di alcunu attivistu per offrire determinati chiarimenti sulle vicende che stanno coinvolgendo il movimento di diritti animali italiano nell’ultimo periodo. Lo scritto non si presta a strumentalizzazioni né ha intenti faziosi, essendone il concepimento puramente individuale: questu attivistu parlano unicamente a proprio nome. Chiediamo quindi che venga rispettato il consenso di chi scrive, evitando di sfruttare tale scritto per secondi fini a nome loro, nonché la libertà di critica necessaria, creatasi qui per rapportarsi a problemi reali, urgenti e tangibili, che dovrebbero essere affrontati con responsabilità e criterio.

A seguito della scissione interna ad Anonymous for the Voiceless e del post di Dan (ex organizzatore nazionale di AV) si è creata molta confusione sul termine intersezionalismo, anche per chi si considerava inizialmente favorevole. Abbiamo deciso di scrivere questo comunicato per risolvere alcuni dubbi relativi a tale argomento. Questo non vuole essere un attacco rivolto a Dan – che, rispetto alla lunga serie di problematiche emerse recentemente, non costituisce parte rilevante circa le nostre intenzioni di chiarimento -, ma un’analisi rivolta alle argomentazioni contenute nel suo post che riassumono obiezioni comuni rispetto alle motivazioni della scissione interna ad AV ed al concetto, nonché alla sua applicazione, di intersezionalità.
Citando l’attivista Sueli Carneiro, parlando di femminismo intersezionale, ed in particolare dell’intersezione nell’essere donna e nera: «Raggiungere gli stessi diritti significa diventare un essere umano pieno di possibilità e opportunità oltre la propria condizione di razza, genere e altre caratteristiche. Questo è il significato finale di questa lotta». È importante distruggere tutte le dinamiche di potere e di conseguenza abbiamo bisogno che l’antispecismo inizi ad interfacciarsi, come da origine, agli altri movimenti di liberazione. Ricordando che questo nasce sulla scia di altri movimenti e filosofie già esistenti.

Andiamo dunque a chiarire cosa sia a tutti gli effetti l’intersezionalità. Il termine viene coniato nel 1989 dalla docente universitaria Kimberlé Crenshaw, che in un articolo accademico analizzò i meccanismi dello svantaggio delle donne nere facendo riferimento alle leggi anti-discriminatorie, al femminismo ed alle politiche anti-razziste. Secondo la Crenshaw, le condizioni di oppressione sociale venivano trattate come appunto sezioni, come se non avessero legami tra loro, e che quindi non veniva preso in considerazione il modo in cui queste categorie potessero interagire. Oggi intendiamo l’intersezionalità come uno strumento di lotta attiva che dobbiamo considerare tessuto connettivo di ogni impegno contro ogni tipo di oppressione. Dobbiamo quindi visualizzare l’adozione di questo metodo di lavoro come la chiave per avere un ambiente di attivismo sereno, eterogeneo, pieno di idee ed esperienze utili a conseguire degli obiettivi comuni e specifici. L’approccio intersezionale è l’unico modo per raggiungere la Liberazione Totale.
Approfondiamo quindi l’argomento delle oppressioni multiple, stratificate, dei vari tipi di odio, di come possiamo vincerle insieme e della loro origine. Esse sono sistemiche, performanti e spesso istituzionalizzate. Le dinamiche di potere sono simili, ad esempio c’è una correlazione tra chiamare un ragazzo femminuccia, stereotipare gli uomini omosessuali come effemminati ed il maschilismo: se consideri, anche sottilmente, una donna come qualcosa di meno, allora tutto quello che assomiglia alla donna e alla “femminilità” sembra qualcosa di meno. L’effemminatezza diventa una debolezza, essere delicati e poter piangere diventa una cosa solo femminile e gli uomini “poco virili” sono presi in giro o emarginati. Questi temi sembrano lontani tra loro, ma, guardando meglio il maschilismo e l’omofobia, risultano strettamente collegati. E ancora, a proposito di intersezioni, u attivistu neru hanno trovato molte analogie tra il razzismo, lo schiavismo dei neri in America e lo specismo.
Immaginiamo lo sfruttamento come il seme di una pianta infestante, la cui pianta si affaccia in ogni ambito della vita degli esseri viventi, stritolando umani e animali non umani con le sue estensioni. Ogni persona e gruppo coinvolti e schiacciati poteranno i rami che pendono sulla loro testa, e collaborare significa così che ognunu mangerà la pianta fino al seme, e aiuterà altru a farlo per, un giorno, sradicare completamente il germe della sovradeterminazione.

Abbiamo un obiettivo comune: sgretolare il problema alla radice. Siccome le discriminazioni sono diverse tra loro, e le prime persone (umane e non umane) a poterne parlare – e/o quantomeno fare resistenza – sono le prime che le subiscono, per supportare chi gestisce in prima persona problematiche diverse dalle nostre, bisogna essere degnu alleatu. Può sembrare astratto, ma noi siamo già alleatu degli animali non umani e riconosciamo la loro resistenza, sappiamo di dover agire per loro e nel pieno rispetto delle loro volontà e delle loro vite – se non vogliamo risultare paternalistu antropocentricu. La collaborazione intersezionale di cui stiamo parlando è qualcosa che mettiamo già in pratica, e dobbiamo essere coscienti che il nostro lavoro è parte di un grande quadro di lotta verso la decostruzione di ogni dinamica di potere e la liberazione totale.

Arriviamo a toccare la questione della specie, dove l’antispecismo è un movimento rinnovatore; tuttavia allo stesso tempo racchiude le lotte già in corso ed è assolutamente importante che u attivistu antispecistu abbiano cura di confrontarsi con altri movimenti specifici e collegati, già attivi nella decostruzione delle dinamiche di potere, per avviare percorsi condivisi di analisi in un’ottica di reciproco confronto orizzontale ed insegnamento cooperativo al fine di raggiungere e demolire alla radice le dinamiche di potere alla base di ogni oppressione.

È già noto che i principali movimenti per la liberazione, o semplicemente i più attivi e funzionali, siano intersezionali – in particolar modo possiamo far riferimento a moltissimi movimenti femministi odierni, teorizzati e messi in pratica da individui – non solo donne – che sperimentano sulla propria pelle le discriminazioni multiple (donna e nera, persona trans e povera, etc) e ideano continuamente strategie e rivendicazioni estremamente funzionali ed interconnesse. Questi movimenti si ispirano al concetto di intersezionalità, e il confronto e la contaminazione continua e consensuale dell’uno con l’altro può essere profondamente stimolante per ogni lotta.

È anche vero che purtroppo manchi un’intersezionalità totale in molti movimenti che si ispirano a questo concetto fondamentale per la loro nascita e crescita, ma è tuttavia bene ribadire che questo non significa che non possiamo ambire alla completezza dei nostri movimenti – esattamente come hanno pensato le ecofemministe degli anni ’70 e come continuano a elaborare le transfemministe che si occupano di TUTTI i corpi e i territori in movimenti globali e locali – come Non Una Di Meno, movimento femminista apertamente intersezionale, che in Italia, piaccia o meno, ha il tavolo antispecista nazionale sui Corpi e i Territori. Niente ci legittima di conseguenza a rigettare aprioristicamente l’intersezionalismo e niente giustifica il disfattismo riguardo la capacità e le possibilità di abbracciarlo.

Un’altra accusa relativa alla constestazione dell’intersezionalismo è quella del presunto “purismo”. Il purismo viene spesso usato, per citare un esempio calzante, dai passanti ai cubi come un’autodifesa dalle argomentazioni e dai fatti scomodi per la loro comfort-zone (es. «non potrai mai essere vegano al 100% e quindi non ha senso/non è necessario che io lo sia»). In generale parlare di purismo mistifica la realtà dei fatti e delle intenzioni, dato che sappiamo bene che una situazione di completa liberazione sia al momento astratta e inattuabile, poiché la società con i suoi limiti e le sue imposizioni ci impedisce di raggiungere una “coerenza” più elevata e auspicabile. Accusare altru attivistu di essere puristu (in accezione negativa) è come accusare chi parla di anticapitalismo di essere incoerente perché in possesso di un cellulare o un antispecista di uccidere le formiche calpestandole quando cammina. In verità non possiamo totalmente sottrarci al sistema e alla cultura capitaliste e speciste, essendo queste particolarmente invasive e parti ancora imprenscindibili delle nostre vite. Quindi va considerato un approccio intersezionale e antisistemico «ove sia possibile e praticabile», valorizzando gli sforzi di ognunu di noi e aiutandoci a migliorare, proprio perchè tali oppressioni sono radicate ed agiscono su più e più livelli – si evince come un approccio single-issue sarebbe in partenza settario e squalificante, nonché più purista di coloro che vengono tacciatu di purismo.

A proposito dell’aiutarci e migliorarci costantemente, parliamo anche di safe-space (spazio sicuro): elemento fondamentale per garantire la sinergia e la serenità che rendano l’attivismo più efficace. La creazione di un safe-space permette al gruppo di attivismo di evitare la manifestazione di dinamiche di potere: è importante riconoscere che ognunu di noi abbia interiorizzato una cultura di sovradeterminazione che non si smette mai di decostruire. Un safe(r) space (uno spazio più sicuro) è un luogo accogliente nei confronti di chi vuole unirsi all’attivismo senza rischiare di essere discriminatu perché aventi origini extra-nazionali, orientamento sessuale e/o identità di genere non normate, un corpo non conforme, appartenenza a una minoranza religiosa e così via; nel momento in cui non si dà rilevanza all’inclusione e non si regola l’esclusione di ideologie discriminatorie, si nega a prescindere l’accesso o si rende pericolosa la permanenza di chi appartiene a una minoranza o a un gruppo discriminato.
Per essere praticu, proprio in questi ultimi anni u attivistu neru denunciano una prevalenza di persone bianche che escludono e oscurano le persone nere che hanno e continuano a teorizzare e mettere in pratica l’antispecismo. Ascoltare questu attivistu è importante e può aiutarci a riconoscere dei comportamenti che tra noi animali umani sono scorretti: può l’antispecismo opporsi alla violenza sulle altre specie, ma non sulle altre categorie sistematicamente oppresse (ed escluse)? Può essere “bianco” (o eclusivo per altru)? Appare come un controsenso crudele e politicamente intollerabile.
È fondamentale tramite autocoscienze collettive e riflessioni personali (e anche intime, se vogliamo) prendere coscienza dei propri privilegi e degli effetti generati da un uso di questi indiscriminato o incosciente, per poi poterli riusare a favore delle persone vicine e delle cause per cui siamo attivu.
Per fare un esempio familiare, anche soltanto la creazione di casse comuni, oltre a essere un segno di solidarietà e un ottimo mezzo per favorire l’attivismo di chi non potrebbe altrimenti farlo per ragioni economiche, è sempre stato un modo per arginare i limiti economici che non tuttu subiscono.
Chi infatti gode anche solo di una piccola disponibilità economica in più, e aiuta u compagnu, sta usando il proprio piccolo, grande privilegio a favore di qualcunu altru.

Approfittiamo anche per specificare che la lotta all’ageism (oppressione da parte delle persone più vecchie nei confronti di quelle tendenzialmente più giovani) ci aiuta a decostruire le gerarchie, il paternalismo e la sovradeterminazione all’interno degli ambienti di attivismo. I nuovi movimenti sono pregni di giovani e meno giovani, tuttu differentemente navigatu, natu in periodi di lotta diversi e sinergici nello scambiarsi esperienze politiche e di vita. La lotta funzionale dipende anche dalla collaborazione inter-age, ovvero tra persone di età diverse. Negli spazi sicuri è fondamentale lavorare sulla comunicazione e condividere valori comuni cosicché la lotta sia efficace, anche perché il benessere e la crescita personale e politica di ciascun individuo è strettamente legata a quella della comunità di riferimento e del gruppo di lavoro. Solo una volta che avremo capito l’importanza di coltivare e proteggere le nostre vite, identità e posizionamenti politici, comportandoci da compagnu, potremo più coerentemente e autenticamente unirci alla resistenza animale e a ogni lotta che concerne la liberazione dell’animale umano.


Come infine proteggere l’attivismo, il conseguimento degli obiettivi specifici e di eradicazione delle dinamiche di potere, nonché u attivistu stessu? Vorremmo affermare sentitamente che non è sufficiente dirsi simpatizzante delle parti lese da una o dall’altra oppressione. Non è abbastanza non insultare le persone immigrate per strada, ma bisogna anche difenderle da chi le insulta e opporsi alle politiche razziste: è fondamentale impegnarsi a diventare degnu alleatu nella lotta. Nel non prendere posizione netta e concisa tra l’oppressore e la lotta contro l’oppressione, si pecca di negligenza; non è minimamente sufficiente non essere parte dell’oppressione, e questo lo sappiamo quando noi attivistu ci schieriamo attivamente dalla parte degli animali, senza limitarci a non mangiarli o a non consumarne i beni.Non essere complici non consiste solo nel non perpetrare una violenza, ma anche nell’opporsi strenuamente contro di essa. Non riconoscere una silenziosa connivenza nell’immobilità e nella mancata presa di posizione personale e politica è semplicistico e fuorviante.
Ecco perché è importante schierarsi e non rimanere mutu, rispetto a quello che subiscono altru, chiunque siano, ed è importante boicottare tutte quelle realtà che fanno il contrario. Ed AV è una di queste. AV ha infatti rifiutato, per esempio, di cacciare George Martin fuori dall’organizzazione, elemento conosciuto per la sua misoginia, il suo essere simpatizzante fascista, il suo suprematismo bianco e la sua xenofobia (tutto riportato in una videocall avvenuta tra lui e Paul Daher, detto “Bashir”).
Sia tra u volontaru sia tra i veritici dell’organizzione ci sono persone razziste, islamofobe, transfobiche e maschiliste, e avrete sicuramente letto che i “portavoce” dicono di “rifiutare l’intersezionalismo per occuparsi solo di animali”. Queste affermazioni e le non prese di posizione non possono che spianare la strada a esclusivismo e discriminazioni all’interno del movimento, esperienza che ogni attivista che abbia militato in qualsivoglia movimento con posizioni simili ha sicuramente registrato in modo diretto o indiretto (ricordiamo che spesso il riconoscimento e la denuncia pubblica sono strade molto difficili per chi subisce discriminazioni, molestie o sottili esclusioni e svalutazioni).

Non ci dobbiamo dimenticare che il personale è politico.
Facciamo un esempio realmente accaduto che porterebbe a un risultato paradossale applicando le attuali policy inclusive di AV.
In un capitolo italiano un ragazzo ha fatto post razzisti contro i cinesi. Una ragazza nel suo stesso gruppo, notando le cose che lui scriveva sul suo profilo personale, ha lasciato il gruppo. Se l’organizzatrice del capitolo avesse allontanato il ragazzo, e lui avesse fatto ricorso ad AV, il team HR avrebbe investigato la questione, scoprendo che non era avvenuto nessun caso di abuso interno al gruppo, perché i post razzisti erano sul profilo personale dell’accusato. Questo significa che a essere in torto sarebbe stata l’organizzatrice del capitolo in questione, che avrebbe così rischiato di essere allontanata per aver cercato di creare uno spazio sicuro rimuovendo dal gruppo una persona razzista.

Dato che il personale è politico, il comportamento privato dell’attivista accusato non può essere slegato dalla sua attività politica. Qualsiasi pensiero o comportamento discriminatorio non può essere etichettato come “opinione legittima”, nessuna esternazione d’odio verso qualcunu o una categoria discriminata può essere considerata legittima.

Vi lasciamo con una citazione che il co-founder Paul Daher (Bashir) espone, a nome di tuttu u partecipantu durante una livestream, riguardo alle gender politics (questione sui rapporti tra i generi e i ruoli di genere).

Post a cura di:

Sveva Basirah Balzini
Giulia Di Loreto
Ernest Everhard
Angelo Amore
Albo Specchietto
Gabriele De Francisco
Alexandra Curigan
Iari Motta

Una opinione su "Risposta alla critica anti-intersezionale e chiarimenti sull’intersezionalità"

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