Come una semplice vignetta può farci riflettere sulla misoginia interiorizzata

Negli ultimi giorni ha cominciato a girare sui social una vignetta piuttosto controversa. Ciò che mi ha spinto a scrivere questo articolo è la profonda delusione che ho provato nel vedere chi tra i miei contatti l’avesse condivisa – e, ahimè, erano tanti. Cercherò quindi di argomentarne le sostanziali problematicità, sperando di poter suscitare riflessioni e prese di coscienza. Soprattutto vorrei esortare costoro ad entrare più nel vivo della materia e quindi ispirarli ad ulteriori approfondimenti.

La vignetta. Iniziamo a descrivere l’immagine stessa: in alto e al centro troneggia la scritta “Il Femminismo…”, dopodiché chi legge vedrà il disegno diviso in due metà (supposte come) antitetiche tra loro. La parte sinistra illustra una figura di donna che sovrasta fisicamente quella di un uomo: lui è sdraiato a terra, mentre lei è in piedi e con un piede gli schiaccia la testa sul pavimento. Sopra questa parte c’è scritto “[il femminismo] non è”. Nella parte destra invece ci sono l’uomo e la donna che si guardano e sorridono vicendevolmente, in piedi a stringersi la mano in segno di comune unione e aiuto reciproco. Sopra le loro teste vi è la scritta “[il femminismo] è”. In base alla simbologia utilizzata nell’illustrazione, il messaggio che vuole essere trasmesso con essa è che vi sia “un tipo di femminismo che vuole sostituire il maschilismo e applicare il matriarcato”, mentre “il vero femminismo è quello della parità”. Ebbene, vediamo insieme, punto per punto, quali siano le criticità.

Lettura della vignetta. In primis, l’impostazione stessa del discorso è estremamente sovradeterminante: presuppone infatti un “vero femminismo” – e cioè quello della parità, che dovrebbe essere seguito dalle “vere femministe”, molto probabilmente si fa riferimento alle suffragette e al femminismo della prima ondata – contrapposto all’odierno presunto “nazi-femminismo”. Traducendo, significa supporre che esista un “vero femminismo” (ovviamente non meglio specificato, ma che interpreteremo noi nel corso dell’articolo) ed un femminismo illecito, che “non è vero femminismo” e quindi semplicemente non è né dovrebbe essere. La vera domanda sarebbe: chi decide davvero che cosa sia il femminismo? La retorica del “vero”, “unico”, “autentico” è, ancora una volta, lampante sovradeterminazione delle autocoscienze. Ancora una volta infatti ci viene detto come dovremmo comportarci e quando certi nostri comportamenti di risposta all’oppressione che viviamo siano lecite o meno: è l’arte oratoria del divisionismo e della catalogazione delle stesse donne. Se esiste un femminismo di serie A ed un femminismo di serie B, allora esistono femministe di serie A e femministe di serie B, quindi donne di serie A e donne di serie B. Ci viene fatto mensplaining e tone-policing di continuo: viene annullato, mistificato, messo in dubbio il nostro lavoro e la nostra identità. Quando smetteranno di volerci insegnare come e quando sia lecito resistere? Inutile è sottolineare il fatto che paragonare il femminismo odierno a quello della prima ondata sia ridicolo, per il semplice fatto che siamo in un contesto spazio-temporale estremamente diverso, con esigenze e bisogni che sono mutati in maniera non indifferente. Inoltre si ignora, con vignette come questa, il fatto che tra il “vero femminismo di una volta” e quello “estremista odierno” ci siano stati avvenimenti e avanzamenti teorici consistenti, che hanno portato a diverse sintesi, analisi e conclusioni. Ogni lotta di liberazione non può essere pensata come statica e invariabile, perchè risponde a bisogni contingenti e fattuali.

Pensiero mra. La retorica implicata nella vignetta è, come già spiegato, estremamente paternalista. Si può dire con certezza che essa segua il filo logico di noti discorsi mra (letteralmente “men’s rights activist”, e cioè misogini maschilisti dichiarati). Ma chi sono questi “attivisti per i diritti degli uomini”? E perché non si può parlare di “bisessismo” né di “sessismo al contrario (quindi sugli uomini)”? “Il sociologo Michael Messner ha ricostruito la storia di questi movimenti. Negli anni Settanta, il femminismo organizzò delle forme di resistenza alternative agli istituti governati storicamente dagli uomini – come lo Stato, l’economia o la medicina – creando consultori autogestiti, laboratori, gruppi di autocoscienza e mutuo aiuto. Sulla base di questa esperienza, nacquero anche alcuni gruppi di “coscienza” maschile, che si ponevano l’obiettivo di perseguire una liberazione simile a quella in atto per le donne. Tuttavia, sin da subito, questi gruppi si divisero sul tema della liberazione perché, pur riconoscendo l’oppressione vissuta delle donne, alcuni temevano che l’emancipazione femminile avrebbe finito col danneggiare gli uomini. In particolare, alcune frange pensavano che non esistesse alcuna differenza tra l’oppressione vissuta dagli uomini e dalle donne. Questi gruppi si definivano talvolta “antisessisti”. Alla fine degli anni Settanta, esistevano già anche gruppi dichiaratamente anti-femministi, ma che adottavano prospettive e linguaggi propri del femminismo: “Le organizzazioni per i diritti maschili si allontanarono dalla simmetria di genere del movimento di liberazione e cominciarono ad articolare un discorso distinto di chiara e rabbiosa reazione anti-femminista. Alla fine degli anni Settanta e all’inizio degli Ottanta, i promotori dei diritti maschili cominciarono a sostenere che gli uomini fossero le vere vittime della prostituzione, della pornografia, dei rituali del corteggiamento, delle convenzioni sessiste dei media, degli accordi di divorzio, della violenza sessuale e domestica” (Messner 2016). Tra gli anni Ottanta e Novanta, il femminismo perse parte della sua risonanza come movimento e questo portò al rafforzamento dei movimenti anti-femministi. Secondo Messner, si verificarono altre tre condizioni: l’istituzionalizzazione e professionalizzazione del femminismo, la nascita della sensibilità culturale post-femminista, il cambiamento della politica economica – in particolare la de-industrializzazione dei Paesi capitalisti e l’emersione di politiche neo-liberali che hanno intaccato il sistema di welfare sociale e promosso l’individualismo e il primato del mercato. Intorno agli anni Duemila, complice la presenza sempre più massiccia di forza lavoro femminile e di donne nelle istituzioni, i media hanno insistito sul concetto di “declino dell’uomo” e su una presunta “guerra al maschio”, concetti che hanno rafforzato i movimenti per i diritti maschili.[…] Possiamo quindi distinguere tre orientamenti all’interno dei movimenti mra/della maschiosfera: un orientamento che è convinto dell’inferiorità biologica della donna e che porta avanti discorsi misogini e violenti, un orientamento che crede che gli uomini siano il genere realmente oppresso, un orientamento che è convinto dell’esistenza di un “bisessismo” che colpisce in maniera identica donne e uomini. […] Le questioni sollevate da chi sostiene la teoria del “bisessimo” sono importanti e degne di attenzione, in primis il tema della violenza sugli uomini. Tuttavia, spesso questo argomento viene affrontato con una forzatura ideologica che vuole porre un non meglio specificato “sessismo” in una specie di etere senza condizionamenti. Come invece 300 anni di elaborazione filosofica e teorica femminista (e non solo) ci hanno ampiamente dimostrato, il sessismo opera grazie a un sistema socio-economico ben radicato, il patriarcato, che opprime donne e uomini. Il bisessismo invece rifiuta l’esistenza del patriarcato – aggiungerei: dichiaratamente o meno, anche se certi paladini del “bisessismo” arriverebbero perfino ad ammettere alcune forme di patriarcato nei confronti delle donne, pur di annacquare la narrazione –, opponendo l’idea che anche le donne hanno atteggiamenti e comportamenti sessisti che hanno per vittima gli uomini. In realtà, tali comportamenti possono benissimo essere inquadrati in un’ottica di interiorizzazione patriarcale (ad es., l’idea che gli uomini debbano rispondere a certi standard di mascolinità, e quelli che non lo fanno meritano la derisione o la violenza, ecc.). Il bisessismo quindi individua correttamente dei problemi, ma parte dalle premesse sbagliate. E quindi non può che giungere alle conclusioni sbagliate. […] L’apparente correttezza dei ragionamenti rende le idee sul “bisessismo” particolarmente appetibili a un pubblico amante dell’esposizione di fatti e logica. Infatti spesso queste persone accusano le femministe di fare discorsi ideologizzati, fregiandosi di portare avanti discorsi imparziali o “basati sui fatti”.” [1] Direi che abbiamo fatto già più chiarezza. La vignetta riassume il modo di ragionare che alcuni miei contatti hanno dimostrato, partendo da visioni impoverite, faziose e parziali (nonché ignoranti) di alcune delle analisi femministe – come il tema della violenza circa l’imposizione dei ruoli di genere. Anziché individuare il sistema in cui certe discriminazioni vengono prodotte – ndr: il patriarcato -, si punta il dito contro “le femministe” (quasi intese come mitologiche creature), colpevoli (a loro dire) di “ostacolare la lotta per la parità in direzione matriarcale”. Niente di più mistificante e fondamentalmente falso. Infatti il patriarcato non è stato inventato dalle femministe, così come il razzismo non l’ha inventato l’antirazzismo, essendo questi due delle analisi sociologiche e storiche, quindi epistemologiche. Chissà come mai si tende ad omettere il fatto che siano state proprio le teoriche femministe decenni addietro ad aver studiato ed analizzato le ricadute della civiltà patriarcale sugli uomini non conformi ai suoi canoni. Mi sento tuttavia in dovere di apportare ulteriori specifiche. Certamente il patriarcato opprime sia gli uomini sia le donne, e tuttavia, come vedremo tra poco, non si può trattare la materia da un punto di vista biologico né paritario. Il sistema oppressivo patriarcale infatti è socio-culturale, non biologico. O meglio, il paradigma sarebbe umano, bianco, maschile, cisgender-eterosessuale, sano, abile, normale, carnivoro e proprietario. Sono tutti costrutti sociali, non si basano sulla biologia personale degli individui. Prendere le analisi femministe sul personale, affermando “sono maschio, bianco ed etero, quindi sono il male in terra”, non solo è denigratorio verso le teorie femministe, ma anche pressapochista. Non è una colpa nascere maschi, bianchi ed etero, significa solamente che la propria vita non sia resa difficile per queste caratteristiche, perché essere tale in una società patriarcale non comporta penalizzazioni. La propria vita può comunque essere difficile, dura e compromessa, ma non lo è per questi motivi specifici. Foucault disse che “dove c’è potere, c’è resistenza”, noi potremmo dire che ove c’è resistenza vi sia potere. In altre parole, se alcune persone sono oppresse, altre invece dal medesimo sistema non subiscono ripercussioni. Si parla infatti di privilegio e di benefici che si traggono da esso, qualora non si sia sue vittime. Avere un privilegio non è una colpa, perché non è una colpa nascere in un determinato modo, in una determinata società con determinati costrutti socio-culturali. Avere un privilegio significa non solo esulare da marginalizzazione ed istituzionalizzazione sistemiche della violenza: essere privilegiatx implica responsabilità. Stare in silenzio è privilegio. Dire alle vittime come reagire è privilegio. Dire alle vittime che dovrebbero occuparsi di altro, di “cose più importanti”, è privilegio. Dire alle vittime che “stanno esagerando” è privilegio. Dire che certe battaglie siano inutili e ridicole (come per esempio quella alla depilazione) è privilegio. Parlare sopra agli/alle/x oppressx è privilegio. pensare di conoscere un’oppressione in modo migliore rispetto a chi la vive (e comportarsi con loro in modo paternalista) è privilegio. E così via. La responsabilità di chi è esterno a tali paradigmi escludenti consiste nell’essere alleatx in modo orizzontale. Più cresce il proprio privilegio (e cioé: più si sottoscrivono le logiche di dominio sistematico), più cresce la propria individuale responsabilità di non esserne complice. Decostruire tutto ciò implica sacrificio, fatica, disagio, insomma non è certo facile. Sicuramente è un percorso agevolato rispetto al vivere tali cose direttamente, invece di doversi solo istruire in merito. Molti miei contatti non ammetterebbero mai di essere maschilisti, perché sanno che non è una cosa positiva esserlo. A loro chiedo di smetterla di fare vittimismo, spostando il focus delle nostre oppressioni, e di ascoltarci, di imparare. Alle vittime si crede. Se chi è oppresso ci fa dei richiami, si tace, si incassa e ci si lavora sopra. Non ci sono vie di mezzo: o si è complici delle persone marginalizzate o si è complici dei loro carnefici.

Approfondimento sul presunto “bisessismo” e sulla “misandria”. Coloro che si definiscono “antisessisti” contestano l’idea che il genere sia un costrutto sociale, ritenendo che sia importante affermare un’idea naturale di “mascolinità” e “femminilità”. Ma è proprio l’assunto che esistano una mascolinità e una femminilità definite naturalmente che va a creare l’oppressione patriarcale. Infatti i ruoli di genere non sono naturali, ma mindset socio-culturali, normalizzati e accettati come se fossero assiomi. Oltre ad essere una visione tossica ed escludente per questo motivo, è anche oppressiva, perché rimuove completamente le identità non binarie, queer e trans. Dunque i suddetti “antisessisti” sono coloro che rafforzano il costrutto sociale del binarismo di genere, che, come per ogni altra oppressione sistemica, è stato fatto passare per una cosa naturale. Negando l’esistenza del patriarcato – presupposto base del “bisessismo” -, queste persone affermano che “esista già la parità tra uomo e donna”, che questi siano attori autonomi e che i loro comportamenti andrebbero considerati individualmente, in quanto responsabili di azioni singolari. Non si può parlare, a mio avviso, di uguaglianza in una società fortemente sbilanciata, dove la parità sulla carta dei diritti non ha pressoché valore e validità. Ho letto, ahimè, una frase che recitava “il maschilismo è un male tanto quanto il femminismo“. Questa frase ci fa capire non solo quanta ignoranza vi sia relativamente all’argomento, ma anche che tali individui non riescono (o meglio, non vogliono) distinguere una discriminazione individuale e circoscritta da un’oppressione sistemica monolitica. Quando si dice che l’etero-patriarcato è sistematico, si implica nel discorso la normalizzazione della cultura dello stupro, della violenza di genere e del femminicidio. Questi sono esempi chiari bene o male a chiunque, eppure la lista sarebbe molto, molto più lunga di così. Questi sono solo gli esempi più estremi (non significa che siano rari, anzi sono quotidiani), ma esistono infiniti meccanismi tossici che la società patriarcale ci fa interiorizzare inconsciamente. Cresciamo e veniamo trattate come persone non-autorevoli, non siamo prese sul serio, il nostro lavoro – nei pochi casi in cui riusciamo ad ottenerne di qualificati, a causa della marginalizzazione sociale – è fortemente penalizzato. Quando ci lamentiamo, non abbiamo quasi mai i diritto di farlo, perché ci viene fatto tone-policing. Siamo costantemente sotto critica, sia che scegliessimo A sia che applicassimo B. Dire che “anche la violenza sugli uomini esiste” è assolutamente vero, ma (1)far passare questo assunto come colpa delle donne e/o delle femministe, (2)dire che non esiste il patriarcato, (3)manipolare questa minoranza come se non fosse tale, (4)volendo paragonarla alla maggioranza, unicamente per (4)sostenere che vi sia una “parità” ed una “uguaglianza” nella violenza: tutto ciò è mistificatorio e misogino, oltre che falso. Più sopra abbiamo spiegato come essere maschi bianchi cisgender eterosessuali non sia una questione biologica e come mai non sia una colpa. Ebbene, abbiamo anche parlato di privilegio, quindi daremo per scontato quella parte. Nascendo maschi, bianchi, cis-etero implica rientrare in ruoli sociali ben precisi, che esulano dall’oppressione, ma che fanno crescere in un determinato modo, per questo si parla di questione culturale (semplificando banalmente: bambine=emotività, bambole, cucina; uomini=forza, macchinine, lavoro). Non è una colpa nascere in un certo modo, ma nascere in quel modo preciso presuppone essere cresciuti di conseguenza con certi mindset. Significa che, essendo il patriarcato un’oppressione sistemica, colpendo le donne e più in generali i corpi non conformi agli standard eteronormativi, gli uomini non possano essere paragonati in modo eguale, assieme alle violenze che possono subire, a tuttx gli/le/x altrx esclusx. Inoltre si stanno universalizzando esperienze altrui, per appropriarsene in modo illecito e fare vittimismo, appiattendo e sminuendo le peculiarità di tali oppressioni, quali la normalizzazione e l’istituzionalizzazione della violenza. “Ricusare la mostruosa e inoppugnabile emergenza costante delle punizioni estreme da parte di uomini nei confronti delle donne, ovvero i femminicidi, sostenere che i numeri sono gonfiati dai media, dire che la violenza di donne verso i partner è sottostimata, questo si che è negazionismo. […] La “misandria” ha la stessa consistenza sociale del “piano Kalergi” – aggiungo io, anche della presunta eterofobia”, di cui si parla ultimamente – e “dell’ideologia gender”: sono allarmi sociali creati ad arte per giustificare maschilismo, razzismo e omotransfobia. […] Le femministe sono arrabbiate, alzano la testa e combattono quotidianamente contro il patriarcato, sia nel privato che nel pubblico. Senza di loro avremmo ancora il codice Rocco. Se aizzi l’odio verso di loro è perché cerchi di mantenere lo status quo. “Le femministe non operano per sé stesse, operano per cambiare la società” come ha perfettamente riassunto Maria Galindo. Non esiste nessuna deriva vendicativa nel femminismo.[2] Il sessismo è veicolato in modo trasversale dai sessi: “[queste persone che tendono a mistificare] rivendicano quello che io definisco l’ossimoro dell’mra, ovvero “il ruolo di vittima privilegiata”, usando statistiche di morti maschili per portare avanti il loro processo negazionista nei confronti del femminicidio. Il fatto è che la sicurezza sul lavoro, il rispetto della dignità, del tempo, dei corpi, del diritto ad una giusta retribuzione di chi lavora, sono i fondamenti di una battaglia comune, trasversale ai generi. […] Avere una mente intersezionale significa questo: guardare in faccia tutte le tragiche realtà, cercando di analizzarne i motivi e le colpe. Che hanno spesso un denominatore comune: la cultura patriarcale sessista, settaria, razzista, omofoba, transfobica, classista, specista. Il suo esplicarsi in modi e livelli diversi.[3] Potremmo riassumere in un’altra maniera l’approccio impiegato da coloro che concorderebbero (o si sono pubblicamente espressi come concordi) con la vignetta in questione: non solo è sovradeterminante, dalla narrazione tossica e patriarcale, ma trasuda anche victim-blaming. Ancora una volta si preferisce puntare il dito contro chi si ribella alle ingiustizie che è costrettx a vivere, anzichè interrogarsi sulle relative cause e sulla propria eventuale compartecipazione all’oppressione. La vostra presunzione ignorante è violenza. Sì, ci state facendo violenza, perché non solo ci ignorate, sminuendo le nostre esperienze e confondendo le acque con retoriche discutibili, ma vi permettete anche di burlarvi di noi. “Io rivendico con forza il cammino ostacolato dalla restaurazione, quello verso la cultura dei soggetti. Ovvero una prassi quotidiana di liberazione, di autodeterminazione, che non può essere ridotta ad uno schema identitario e normativo valido per tutt*. Perché le nostre vite, i nostri corpi, i nostri generi, le circostanze in cui agiamo, i territori in cui viviamo, le classi sociali a cui apparteniamo, sono realtà uniche e personali. E il personale è il vero strumento politico, questo ci dice il femminismo intersezionale. Il mio femminismo.” [3]

Conclusioni.Esiste quindi nella società un discorso maschilista mascherato da buon senso e a volte perfino da buone intenzioni: è il caso, per esempio, di chi “consiglia” alle donne di attenersi al ruolo sociale che le viene assegnato per non incorrere nella “rabbia” degli uomini. […] Sono stati inclusi nella definizione di mra, termine generico che comprende una varietà di posizioni: atei, razionalisti e ultraliberisti, nazifascisti, fondamentalisti cristiani ma anche persone che si presentano falsamente come “moderate” per darsi un’aura di rispettabilità di fronte a frange più estreme, come ad esempio gli Incel (da involuntary celibate, “celibi involontari”), rancorosi uomini che, sentendosi rifiutati dal genere femminile, riversano la loro rabbia contro i “maschi alfa” e contro le donne che preferirebbero questi ultimi a loro“. [4] Le teorie maschiliste possono essere raggruppate nelle seguenti macro-tematiche: quella del “femminismo estremista”, quello del maschio minacciato”, quella basata sulla “nostalgia del passato” (che può far riferimento a “vere” donne e “vere” femministe, per esempio). Quando si parla di “vero femminismo”, in realtà si sta dicendo che si spera nel mantenimento dello status quo, in cui la donna “rimane al suo posto” (chiaramente questa concepita in senso naturale e biologico, ndr. di cui sopra) e non mette in difficoltà gli uomini privilegiati, ma al contrario li deve cullare, deve dialogarci pacatamente, rassicurandoli e desiderando una complicità con loro. “Parlare in questo modo di femminismo ha la funzione di nascondere, agli occhi di chi ascolta, la sua complessità storica, le sue differenze e articolazioni basate su diverse sensibilità e posizioni politiche, di razza, classe e genere. L’interesse del maschilista è, infatti, quello di ridurre il femminismo a una mera coalizione di interessi di genere, che viene criticato sia per le sue presunte esagerazioni che per i suoi supposti errori – “facendo così non otterrete niente!”“. [4] Le persone che sottoscrivono tali logiche sono a disagio con la femminilità e le donne (termine qui usato in modo inclusivo) di oggi, perché i rapporti sociali sono mutati rispetto al passato e di conseguenza pensieri/comportamenti patriarcali stereotipati non possono più essere utili né funzionali. Questi uomini in particolare sono fortemente a disagio con alcune delle nuove “figure antipatriarcali”, perché ciò implica che debbano interrogarsi costantemente su quali atteggiamenti adottare. Ho discusso con diverse persone che hanno scritto “se le femministe vogliono essere coerenti, devono lottare anche per i diritti degli uomini, altrimenti dimostrano solo di puntare alla superiorità ed al matriarcato”. Oltre ad aver spiegato sopra che la critica femminista si è rivolta alla decostruzione dei ruoli di genere, della famiglia, contro il binarismo e la sua interpretazione violenta in senso biologico, et similia, quindi dimostrando quanto la frase riportata sia profondamente falsa, ho fatto presente che gli unici uomini che hanno lottato per i propri diritti sono stati uomini neri, disabili, trans e/o omosessuali, mai uomini cisgender eterosessuali – che hanno un privilegio. Se non sono gli uomini a capire per primi come il patriarcato li opprima – seppur in modo imparagonabile rispetto alle donne -, come possono aspettarsi che altre persone lottino per loro e al posto loro? Forse vale lo stesso discorso relativamente all’eterofobia, che non esiste e proprio per questo non è un problema. Forse il problema è un altro. Forse perché quegli esempi di situazioni-limite maschili servono unicamente quando le donne devono rivendicare qualcosa, quindi tali circostanze sono funzionali ad un vittimismo vacuo e manipolatorio. Forse il problema qui presente è che ci sia unicamente della misoginia interiorizzata.

Non è una casualità il fatto che questa vignetta rappresenti nella parte destra una versione ideale (per alcuni) di femminismo, e cioè quello che è paritario e vede uomini e donne uguali. Si dimentica tuttavia che diversi tipi di parità sulla carta già ci siano – nonostante siano riconoscimenti circoscritti, certi direbbero che donne e uomini “sono già legalmente uguali”. Eppure alcune cose molto importanti sono sfuggite durante la narrazione. In primis, il femminismo non ricerca la parità: l’uguaglianza giuridica è un mezzo, non di certo un fine. L’uguaglianza è infatti il tentativo ideologico di asservire i corpi non conformi ai paradigmi oppressivi. Implica soggiogamento, omologazione paternalista, annichilimento delle peculiarità individuali, con l’universalizzazione – e quindi il silenziamento – delle loro esperienze. Così come le donne ed i copri non conformi non dovrebbero acquisire valore in base ad un filtro eteropatriarcale, allo stesso modo gli animali non umani non dovrebbero essere considerati validi attraverso schemi antropocentrici. E questo la dice lunga sugli approcci adottati da determinate persone in merito a entrambi movimenti di liberazione. L’uguaglianza è certamente importante, ma è uno step, un compromesso. Essa non ci libererà mai dal giogo del dominio sistematico. La parità è infatti simboleggiata nella vignetta dall’approvazione della figura del “Grande Maschio”, che ancora una volta rende autorevole e lecito l’operato femminile. Mi ha stupito in negativo il fatto che l’immagine sia stata difesa unicamente da persone che tuttavia hanno impiegato queste retoriche dell’uguaglianza – come se, sia per loro sia per coloro che hanno denigrato il femminismo, l’unico approccio lecito sia quello legalitario, bianco, borghese e della prima ondata. Il femminismo rifiuta il patriarcato per il suo ruolo assoluto, assoggettante ed autoritario. Questo infatti si è identificato, appropriandosene, con la natura – come abbiamo visto – e con la cultura: noi chiamiamo ciò mutilazione. Le leggi sono importanti, ma dobbiamo stare attentx a non farci mettere a tacere attraverso di esse, che possono apparire come illudenti contentini. In ogni caso, come già spiegato, non possiamo parlare di parità in una società fortemente sbilanciata, anche solamente se fosse a livello teorico, per i presupposti inesistenti. Non vogliamo più binarismi, rivendichiamo unicamente la fluidità.

L’immagine riportata qui è la vignetta di cui abbiamo parlato finora

Bibliografia.

[1] Fonte: https://medium.com/@jennifercoursonguerra/guida-ragionata-alluniverso-mra-94bd3aa5e6c6

[2] Fonte: https://intersecta.splinder.org/2020/06/09/la-misandria-e-in-aumento-no-perche-non-esiste/

[3] Fonte: https://abbattoimuri.wordpress.com/2017/01/17/iamaim-il-tempo-buio-della-restaurazione/

[4] Fonte: https://pasionaria.it/maschilisti-web-maschilismo-sessismo/?fbclid=IwAR1HZkbFZRLEwtySQY3NLMH4_F_ZQr9Gw_OjXu9EgyRUvr5Qb56KNDhayLg

Approfondimenti:

[A] https://www.facebook.com/100003703186109/posts/2024998380966915/?app=fbl

[B] https://manastabalblog.wordpress.com/2019/12/07/odio-le-femministe-il-maschilismo-come-contro-movimento-sociale/

[C] Estratto dal film sulla strage antifemminista del Politecnico di Montreal: https://www.youtube.com/watch?feature=youtu.be&v=mpy7NRLHzZk&app=desktop

[D] https://jacobinitalia.it/lodio-per-la-donna-piu-forte-dellamore-per-i-figli/

[E] https://abbattoimuri.wordpress.com/2017/12/25/lattivismo-per-i-diritti-degli-uomini-mra-e-la-porta-daccesso-per-lalt-right/

[F] https://left.it/2020/06/29/uomini-incompiuti-solo-dopo-separati/

[G] https://thevision.com/attualita/il-signor-distruggere/

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